Storia Nostra Civiltà

di Antonio Palamà
(Presidente del Museo)


Riascoltavo, attraverso le espressioni spontanee “Che tempi!!!” che scorgavano dal cuore di quelle anziane donne segnate dall’età e dalla fatica “a fore”, il sapore dei racconti della mia buona nonna Amata, quando tenendomi sulle ginocchia stanche ma ancora tanto forti, mi faceva conoscere le esperienze di lavoro dignitoso, forte e generoso che insieme a tante sue coetanee svolgeva nei campi nel tempo della raccolta delle olive o della vendemmia o della “rringa” per ricavare il pane di un giorno; o il lavoro servile presso il “cofanu” e le “pile” delle case signorili per ottenere la porzione di legumi o di grano o il quinto di olio per sfamare la propria famiglia.

“Che tempi di sacrificio, di abnegazione e di fatica, esse esclamavano, erano quelli!!”: si lavorava tutto il giorno portando con sè un pezzo di pane “mpalummutu” e alla sera tutti insieme, si consumava la cena frugale, si pregava e si ringranziava il Signore per il pane che ci concedeva: poi tutti insieme ci si raccoglieva intorno al camino e si ascoltavano i racconti dei nonni, gli insegnamenti dei genitori, e i loro esempi di lavoro libero e generoso, le loro aspirazioni a dare istruzione e un avvenire migliore ai propri figli, per assicurare i “panni” giusti in dote alle figlie da maritare; mentre dall’altra stanza si sentivano i sospiri di speranza e di amore delle nonne che alla luce dei “patroii” ricamavano le “portate” o tessevano le lenzuola da dare in dote.
E si assisteva al premuroso affaccendarsi della mamma che curava amorevolmente la sistamazione della “monaca” con lo “scarfalettu”, pieno di braci ardenti, sotto le lenzuola per far trovare il letto caldo ai propri cari e per mitigare il freddo e l’umidità che invadevano la povera casetta coperta di “cannizzi” e da “irmici” che la numerosa famiglia utilizzava per tutte le esigenze di vita comunitaria.In quei tempi, il pane era scarso, il lavoro durissimo, le risorse poverissime, ma forte era la volontà di riscatto e di libertà. Ci si accontentava dell’essenziale per sopravvivere..

La famiglia era una comunità di produzione e consumo, una comunità educativa; non era frantumata da individualismi e dalla ricerca del superfluo. Nelle famiglie della povera gente non penetravano mode consumistiche, nè suggestioni di droga: bisognava pensare al pane quotidiano a ad imparare un mestiere, talvolta diventava robusta e irrefrenabile l’aspirazione ad assaporare i beni dell’istruzione e a conquistare una professione, ma bisognava fare in fretta perchà la spensieratezza della fanciullezza si frantumava dinanzi al bisogno di pane e di lavoro.


Per gentile concessione di “Nuovo Spartaco” mensile di Idee, Politica e Cultura di Taviano (LE)


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